La ritrattistica e l’Alchimia
Paziente lettore, se sei arrivato a leggere fino a questo punto, sei stato davvero coraggioso, ma ora intendo trattare in una prima e a volo d’uccello la ritrattistica, per soffermarmi poi su quella quattrocentesca e cinquecentesca in particolare, perché è la parte più interessante, in quanto a volte trascurata dai testi di storia dell’arte e non solo.
Intanto in apertura, per fomentare la tua curiosità, lettore, vorrei affrontare un argomento che certamente coinvolgerà anche te, soprattutto in era di cellulari, che tanto fanno discutere sociologi, filosofi e compagnia cantando.
Hai compreso, carissimo, su quale discorso vorrei intrattenerti? Sulla ritrattistica antica e poi dare un cenno soltanto a una particolare ritrattistica quattrocentesca e infine affrontare un argomento ormai fuori discussione ma che non si può trascurare in relazione ad alcuni ritratti soprattutto di Durer che hanno come riferimento l’alchimia, i cui concetti sono spesso applicati anche alla ritrattistica.
Infatti, l’espressione del volto con la sua mimica ha sempre affascinato gli esseri umani, e quel che è di più nella contemporaneità vi si sono aggiunti anche… i cani.
Per carità non fraintendetemi, non sono i cani a scattare foto, almeno fino ad oggi, sono i loro padroni.
Ma lasciamo le facezie e torniamo al ritratto.
All’inizio, sicuramente aveva funzione rituale, legata alla magia e al culto dei morti. Questo lo sappiamo tutti.
Gli Egizi lo dimostrano ampiamente attraverso le effigi poste sui sarcofagi. Le scoperte archeologiche, ad esempio, ci hanno permesso di ammirare quelle del Fayum.
Ma, la tradizione attraverso i secoli non si è interrotta fino ad oggi con le foto sulle tombe.
Anche presso gli Etruschi il ritratto del defunto è presente nei coperchi delle urne cinerarie e presso i Greci. Ma, qui si introduce piuttosto tardi e riguarda soprattutto la sola testa con accenno del busto.
Tra l’altro i tratti del volto sono idealizzati quasi fosse stato un eroe, un condottiero, un filosofo ecc.
Solo successivamente, intorno al IV secolo a.C. si farà più realistico, rappresentando gli effettivi tratti fisiognomici.
Presso i Romani poi, soprattutto nei primi secoli, la ritrattistica sottolinea una forma di collegamento tra i vivi e i morti e solo in età molto tarda ha lo stesso significato che vi diamo oggi sia nella rappresentazione delle fattezze che del carattere del singolo soggetto.
Tutti abbiamo visto le statue degli imperatori o di personaggi importanti, ma queste non sono mai realistici, perché devono simboleggiare la potenza e la forza dell’imperatore anche se lui non è stato mai, come si dice oggi, un macho. Più realistici invece i ritratti o per meglio dire, le sculture che rappresentano uomini meno importanti vedi Seneca o Cicerone.
Ma andiamo avanti con i tempi e giungiamo a quel lunghissimo periodo chiamato Medioevo in cui si diffuse tra le altre cose anche il Cristianesimo.
All’inizio, relativamente alle effigi, abbiamo quelli dei donatori e dei dedicatori di Chiese effigiati tra Santi oppure ai piedi della Croce secondo rigidi schemi.
Si deve giungere al Trecento affinché il valore dell’individuo per se stesso venga affermato sullo schema simbolico precedente.
Nasce a questo punto il ritratto vero e proprio, su cui si cimenteranno gli artisti a mettere in evidenza l’intensità dell’espressione, la dignità dell’uomo, la bellezza femminile, il fascino, la dolcezza e così via.
Indimenticabili i ritratti di Tiziano. E che dire delle immagini realistiche di Caravaggio, il quale lavorava esclusivamente dal vero, come del resto Leonardo, che tra le altre cose portò a lungo la conclusione de’ “L’ultima cena” del refettorio di santa Maria delle Grazie in Milano perché di giorno girava per le strade alla ricerca del soggetto, che doveva rappresentare il carattere di questo o quel personaggio.
E che dire degli autoritratti di Durer, dei ritratti di Goya? E, per essere più vicini a noi, di Modigliani e tanti altri?
Poco sopra ho citato Durer. I suoi autoritratti sono molto importanti perché nascondono simboli alchemici e quindi significati nascosti che vorrei illustrare anche ai lettori. Ma andiamo con ordine.
Molto spesso dimentichiamo che ogni epoca ha una cultura dominante, su cui incidono tre componenti: ciò che sopravvive del passato, lo spirito del tempo presente, e ciò che sarà sviluppato in futuro.
Ora, nel 500 la cultura dominante era costituita dall’alchimia. Esempio straordinario la “Cappella Medicea” a Firenze di Michelangelo. Di cui magari parleremo in appresso in un lungo articolo ove ogni particolare avrà la sua importanza.
Certamente molti lettori saranno informati, altri meno, e quindi un “ripasso” non guasta.
Ammiriamo la maestria formale di un Michelangelo, Giorgione, Tiziano, Leonardo e via elencando, ma, se scendiamo nei particolari della lettura delle immagini, in realtà cosa comprendiamo? Quale significato ha la gestualità nei capolavori di Leonardo? Quale significato assumono i personaggi della Tempesta di Giorgione con la donna nuda mentre un lampo attraversa il cielo? E che dire del contenuto dell’Amore sacro e dell’amore profano di Tiziano? E potrei continuare all’infinito.
Molti significati non li sapremo mai.
Federico Zeri, critico d’arte molto ascoltato, sosteneva che, già a distanza di trent’anni, molte cose ci sfuggono nella lettura di un’opera. Figuriamoci a distanza di secoli, quando siamo totalmente fuori dallo spirito del tempo del periodo preso in esame.
Ad esempio, ci siamo mai chiesti cosa sottende la bellissima: “Primavera” del Botticelli? Restiamo estasiati davanti alla bellezza delle immagini, davanti a quei fiori, agli stupendi panneggi e così via ma quale il vero significato? Ogni personaggio, ogni fiore, ogni frutto ne hanno un uno, che era chiaro ai contemporanei ma oscuro a noi.
Non per nulla le scene del Vecchio e del Nuovo Testamento raffigurate nelle chiese erano dette la “Bibbia dei poveri”, perché in epoca di analfabetismo diffuso, l’immagine raccontava attraverso simboli, immediatamente riconoscibili dal popolo, le storie.
Quasi tutti i lavori dei pittori dal Rinascimento in poi e fino all’Illuminismo si possono interpretare meglio, se si conosce qualcosa di questa materia.
Senza contare molti moderni quali De Chirico, Duchamp e tanti, tanti altri.
In realtà cosa vuol dire la parola “alchimia”? Essa è una “scienza” (le virgolette sono d’obbligo) antichissima, di cui si è nutrita per secoli l’umanità, fino all’Illuminismo, quando cadde in disuso sotto i colpi della razionalità.
Cominciamo, intanto, a chiederci da dove deriva questa parola.
Certamente richiama alla memoria la parola “chimica”.
In realtà le due parole non hanno nulla in comune se non la radice: al-kimiya. Parola araba, derivata dal siriaco e da una tarda voce greca: chumeia o chemeia, probabilmente, a sua volta, derivata da cheo, che vuol dire fondere, oppure da chem che vuol dire nero.
Secondo Plutarco l’Alchimia proviene dall’Egitto ma si diffonde in Europa grazie ai mercanti arabi.
Ci sono poi altri studiosi che fanno derivare il vocabolo dal cinese “kin-ye”. Questo era un composto di oro rosso e succhi di erbe, che avrebbe dovuto avere potere rigenerativo.
Qualunque sia l’origine del nome, l’alchimia aveva degli adepti, che ne apprendevano le leggi e la funzione, il cui scopo era quello di fare raggiungere loro la salvezza e la libertà attraverso l’amore, in senso lato, il cui fuoco permette la trasmutazione, perché è illuminante e fonte di conoscenza.
Grosso modo questi sono i principi.
Tuttavia, c’è anche da dire che la comprensione e l’approfondimento di questa arte hanno avuto alti e bassi per lunghi periodi, fino a essere accantonata definitivamente nel Settecento.
Essa si esprimendosi attraverso simboli è evidentemente destituita da ogni attendibilità scientifica.
Certi autori la fanno risalire, addirittura, alla preistoria, e in particolare all’uomo di Neandertal (il predecessore dell’homo sapiens!) quando seppelliva i morti vicino al focolare in posizione fetale, con accanto pezzi di carne e utensili, affinché la fiamma potesse dare il calore della vita al defunto.
In questo senso già l’alchimia si pone nella prospettiva della rigenerazione del corpo. Infatti, per questi individui preistorici non c’era di meglio che consegnare il morto nel grembo della madre terra, per favorirne la rinascita. Successivamente, l’homo sapiens seppellì il defunto spalmandolo di terra rossa a simboleggiare la linfa vitale, il sangue. Non per nulla l’ultimo stadio dell’opus alchemico è il raggiungimento della perfezione umana simboleggiata dal colore rosso.
Attenti lettori, lo so, è un po’ desueto rifarsi a questi concetti, ma di essi per secoli si è nutrita la civiltà. Infatti, vi siete mai chiesti perché certe persone, ancora al giorno d’oggi, decantano le proprietà terapeutiche dell’ocra? Perché certe tradizioni sono dure a morire. Tra l’altro questa terra giallo rossiccia era in uso tra gli antichi Greci ed è in uso ancora oggi nella farmacopea sia in Oriente che in Occidente.
Da questo tipo di alchimia fisica nacque quella spirituale, il cui fine fu la trasformazione della qualità della vita dell’uomo con mezzi mentali, il quale raggiungeva la perfezione attraverso vari stadi, rappresentati dall’opus, simboleggiati dai diversi colori.
Quanto detto sopra è solo un cenno appena della complessità della “Grande Arte”.
Jung, il secondo importante strizzacervelli, dopo Freud, vi attinse a piene mani, per cercare di spiegare determinati fenomeni della psiche, come gli “archetipi” dell’inconscio collettivo, che non sono altro che simboli dell’immaginazione, i quali si presentano costantemente e a ogni latitudine sia nel mito che nell’arte, come nei sogni.
Detto in altre parole, il senso dell’alchimia risiede nel desiderio del soggetto, l’adepto, di cambiare se stesso per cambiare il mondo. Principi sostenibili anche al giorno d’oggi, tanto è vero che la visione ecologica della terra, dell’uomo e dell’universo, la medicina psicosomatica, l’esaltazione dell’amore e dell’erotismo e molto altro ancora sono attraversati dal pensiero della “Grande Arte”. L’adepto dell’Alchimia ha una fase iniziale detta nigredo, simbolicamente rappresentata dal sole al tramonto, per esempio, durante la quale vede la sua morte e successivamente percorre varie fasi tra morte e rinascita fino alla rinascita ultima sotto forma di “pietra filosofale”, allorché il soggetto, avendo preso coscienza di sé, ne diventa anche consapevole.
La consapevolezza consiste nella percezione cosciente del suo essere maschio e femmina contemporaneamente cioè a dire essere consapevole della “cosa due”: re-bis, rappresentata dall’androgino, uomo e donna insieme.
Come tutti sanno, almeno quelli che studiano psicologia, questa pseudo teoria fu ripresa poi da Jung, quando sostenne che nell’essere umano è presente il processo di “individuazione”, (dal latino individuus = non diviso) che avviene quando il soggetto prende coscienza, se maschio, della sua parte femminile, se femmina, della sua parte maschile. Solo in tal caso l’uomo raggiunge il perfetto equilibrio psichico, che è poi equilibrio tra il maschile e il femminile di ciascun essere, come dicevamo, o che è lo stesso tra la parte razionale, solare, apollinea e la parte irrazionale, femminile, lunare, dionisiaca, presenti nell’essere umano.
Gentile lettore, porto un esempio assai banale. In un momento in cui ci possiamo isolare dal mondo guardiamo in noi stessi. Ci renderemo conto facilmente che esite una parte razionale che induce a ragionare sulle cose (maschile) e una parte irrazionale che induce a intuire le cose (femminile). Nel momento in cui il soggetto accetta consapevolmente l’una e l’altra parte può dirsi “individuo”, come si diceva.
Forse un po’ di alchimia potrebbe andare bene nell’insegnamento scolastico per indurre i discenti alla consapevolezza del Sé, che in altre parole sarebbe il “processo individuationis”?
Ecco in figura un’immagine spesso vista e poco compresa: l’androgino. Certo, se il povero prof. Jung sentisse come ho spiegato e ridotto all’osso e forse all’ovvietà, il suo famoso processo “individuationis”, mi scaglierebbe in testa la sua lapide.

Ma andiamo avanti con la teoria alchemica. Il soggetto pertanto all’inizio attraversa un periodo detto “nigredo” che attraverso varie fasi, rappresentati dai colori, raggiunge l’ “albedo”, la consapevolezza. Questi ragionamenti trovano riscontro anche in Cina col filosofo taoista Chuang Tzu. Egli affermava che la vita e la morte non sono due cose nettamente separate, ma due aspetti dello stesso processo, della stessa armonia ritmica: “ch’i-yun”, che unisce i termini di una dualità come lo yin (luna, notte, buio, freddo, ecc.) e lo yang (sole, giorno, luce, ecc.). E come si può raggiungere l’armonia? Attraverso il Tao, un percorso chiaro e scuro, vita e morte, dove l’uno necessita dell’altro per interpenetrarsi, tuttavia senza mai fondersi. Ricordate, cari lettori, il simbolo universalmente noto del tao? Un cerchio diviso in due parti, una bianca che contiene il segno opposto (nero) e una nera che contiene un cerchietto bianco, proprio a significare che tra tutti gli aspetti della vita non c’è opposizione, ma compenetrazione, come dicevamo. Una domanda sorge spontanea: “Questi due modi di interpretare il mondo sia in oriente che in occidente potrebbero avere una radice comune?”
Con l’avvento del Cristianesimo tutto cambia e tra creatore e creatura si forma una frattura e quindi si snatura l’opus alchemico perché l’uomo non raggiunge la perfezione per suo stesso mezzo ma per opera del Cristo, lui stesso pietra filosofale.
A questo punto, vi starete chiedendo perché vi sto parlando di alchimia, se il mio argomento è l’arte? È presto detto, l’artista e l’alchimista condividono gli stessi obbiettivi: fare per conoscere, conoscere per trasformare sé stessi e il mondo, da una parte, e, dall’altra, la creazione artistica in senso lato esprime l’insopprimibile desiderio dell’uomo di immortalità. Infatti, lo stesso Freud aveva notato come l’artista tenda a identificarsi con la propria opera, attraverso la quale vive in spirito nei secoli.
Questo lungo scritto per introdurre negli articoli successivi la lettura di molte opere d’arte secondo lo spirito del tempo in cui furono realizzati a partire da Durer, passando per Caravaggio e altri.
Lidia Pizzo