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Giudizio estetico e giudizio artistico

Cari lettori, in questo articolo, che mi auguro non risulti noioso, avrei intenzione di suggerire un criterio di giudizio nel valutare un’opera d’arte.

Infatti, davanti a una immagine prodotta da un artista, ma anche davanti a tanta fotografia spacciata per arte, un riguardante vorrà capire e decodificare il significato della stessa, osservare la consonanza o la dissonanza dei colori, l’armonia delle linnee e delle forme, gli spazi ecc. e di conseguenza formulare un giudizio.

Tuttavia, quello riguardante un’opera d’arte non è univoco, ma si divide in: giudizio estetico e giudizio artistico.

Prima, però, di addentrarci in questo terreno accidentato chiediamoci da dove deriva il vocabolo “arte”.

Convergence, Jackson PollockEsso proviene da una lontanissima radice ariana: “ar” che aveva il significato di andare, muoversi. Ne consegue che arte è azione, è agire.

E se è azione, allora qualunque azione può essere sottoposta a giudizio e, quindi, anche quella artistica.

Oggi, amici miei lettori, se amate fruire qualche mostra d’arte, avrete l’impressione che tra gli artisti imperi una grande sciatteria e disattenzione. Essi ripetono ossessivamente, variate in tutte le forme possibili, sempre le stesse formule a cui da decenni e decenni i vari pittori e scultori avevano dato vita, a partire dall’Informale di Pollock degli anni cinquanta del Novecento.

Molti quadri, se li osservate bene, non rispettano alcuna regola grammaticale e sintattica e quando voi li guardate spesso vi vien da dire: “Questo lo so fare anch’io”, notissimo titolo di un volumetto di Francesco Bonami.

Questo sotto un certo aspetto potrebbe essere vero. A tutti noi a scuola hanno fatto studiare, sebbene per pochissimi anni, disegno, ma ciò non vuol dire che la nostra competenza possa essere al top, sia per quanto riguarda le immagini artistiche contemporanee che quelle dell’antichità.

Pietà Rondanini - MichelangeloDirete voi: “Perché?”  L’artista, quello serio ovviamente, lungo tutta la sua carriera usa delle forme che man mano tende, ad esempio, a scarnificare.

È come quando si scrive. Un periodo può contenere cento parole, ma spessissimo vi accorgete che quello stesso concetto si esprime meglio e con più incisività con cinquanta. Per converso, a questo punto, tenete a mente il “non finito” di Michelangelo, di cui magari parleremo a suo tempo ricordando che la cultura di quei secoli si rifaceva all’alchimia.

Per comprendere come un artista può violare le regole ed essere più incisivo sia nel contenuto che nell’espressività, vi riporto un particolare della “Pietà” Rondanini.

Se chiedessi a ogni lettore: “C’è un modo più perfetto di esprimere l’incommensurabilità del dolore di una madre per la perdita del figlio?”. Esso non finirà mai, come il “non finito” di cui si serviva l’artista. E su questo “non finito” si sono versati fiumi d’inchiostro. Michelangelo era vecchio, aveva circa novant’anni quando scolpì questo capolavoro (tenete a mente la vita media di secoli fa) e nessuno meglio di lui a quell’età poteva comprendere il dolore della morte e glissare anche sulle regole della scultura.

Tenuto a mente quanto sopra, mi permetterei di suggerire a colui che osserva un’opera, di operare un distinguo e cioè guardare e osservare bene, considerare l’epoca, lo spirito del tempo della stessa, avere in mente altri artisti coevi ecc. prima di esprimere un giudizio.

Suprematist Composition: Airplane Flying 1915 - Kazimir MalevichTuttavia, non dimenticate, gentili lettori, che soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso si è “giocato” parecchio con le forme e la loro sintesi, elevando, ancora oggi, una superficie tinteggiata di un blu o di un rosso, di un arancione ecc. a opera d’arte, senza aver fatto il percorso che ha portato l’artista a quel punto di sintesi: vedi Malevic o Rodčenko.

Anche a proposito dell’opera d’arte, attenti lettori, sentirete spesso pronunziare i vocaboli “grammatica e sintassi”.

Direte voi, cosa c’entrano con la pittura?

No, carissimi, anche le immagini, sia astratte che a figura, devono ubbidire a certe regole. Per esempio coloristiche: un rosso squillante e un verde squillante fanno a pugni se sono contigui.

E ancora, il primo piano deve sembrare più spostato in avanti, il secondo più dietro e se c’è un terzo piano ancora più dietro.

La prospettiva deve rispettare determinate regole. Il disegno di un volto, di un busto, delle gambe e così via deve essere equilibrato con le altre parti del corpo, non può accadere che la parte destra sia più grossa della sinistra, a meno che la cosa non sia voluta, ma anche in questo caso ci sono regole ben precise.

Inoltre, la base di un quadro deve “pesare” di più rispetto alla parte superiore, (osservate le forme nere di Malevic) o attraverso l’uso del colore o attraverso l’uso dello spazio campito, in modo che l’alto e il basso si possano bilanciare armonicamente. A questo proposito riporto un quadro di Mondrian. Osservatelo bene, tenendo a mente il “peso” dei colori in relazione, nel nostro caso, agli spazi bianchi. Guardate come il bianco invade lo spazio. Esso è un non-colore molto “leggero” e luminoso e ha bisogno per “tenersi in equilibrio” di campiture di colori più “pesanti” come il rosso, il blu e il giallo tutti in bilanciamento tra loro in base al loro “peso”.

Composizione in rosso, blu e giallo - MondrianTra l’altro, in un quadro che si rispetti, tutte le figure, se ce ne sono, non possono ammassarsi da una parte, così pure nel dipingere un paesaggio, l’immagine non può essere spostata tutta a destra o a sinistra, sbilanciando l’insieme, e potrei continuare all’infinito.

In altre parole, è come quando vi trovate di fronte a un articolo, a un racconto, un romanzo, una relazione... Le regole della grammatica e della sintassi italiana possono essere violate, ma fino a un certo punto, altrimenti succederebbe ciò che accadde quando si costruì la Torre di Babele. Nessuno comprendeva l’altro a causa della confusione dei linguaggi.

Molto spesso, si ha l’impressione che la situazione artistica contemporanea sia simile, come potete constatare, quando andate a visitare questa o quella mostra di un artista dei giorni nostri. Costui magari blatera ai quattro venti che “tutto è arte, niente è arte”, per dimostrare quanto sia engagé.

Dice Jean Clair: “Tutte le formule non sono altro che il ribaltamento sarcastico di ciò che, nella scia dei Lumi, aveva proclamato l’unicità del genio umano.” (J. Clair, L’inverno della cultura, Skira, Milano, pag. 92). E io penso come lui.

In arte ci sono delle regole abbastanza rigorose da rispettare, così come ci sono in ingegneria, medicina, grammatica, sintassi e via dicendo. Invece, si lascia correre, confidando nel fatto che la “traduzione” dal linguaggio figurativo a quello parlato o scritto è difficoltosa e quindi per dire qualcosa su un autore, un quadro contemporaneo si adoperano frasi ad effetto. Come ognuno di noi può constatare andando a visitare le mostre e leggere sul catalogo i relativi commenti.

Perché avviene questo? Perchè l’immagine e la parola si servono di due codici linguistici diversi, (colori, linee, campiture ecc. per la prima e parole significanti per la seconda) e quando si traduce una nell’altra si possono dire anche paradossi, senza che le persone meno esperte possano intervenire col loro buon senso, per dire che quella non è un’opera d’arte di quelle che si rispettino.

Di conseguenza, magari tenendo a mente le semplici regole di cui sopra e che valgono anche per la fotografia, quando guardiamo e fruiamo un’opera è sempre necessario operare un distinguo: ci sono le opere di artisti sommi e ci sono opere di artisti a cui piace dipingere, scolpire o scrivere o comporre musica nel loro tempo libero.

Non eccepiamo nulla in tal senso, ma il fruitore deve saper distinguere il capolavoro da ciò che capolavoro non è, servendosi del “dire con iudicio”.

Ecco un esempio personale. Tempo fa una mia amica, a proposito di una ragazza, (conoscenza comune) che si dilettava di pittura, mi diceva che durante un vernissage di una sua mostra aveva avuto visitatori molto in…

Air de Paris - Marcel DuchampAl che risposi che conoscenze non fanno grado.

Mi spiego meglio con un esempio, i miei articoli possono essere letti dal Presidente della Repubblica e da tutti i Ministri, ma ciò non vuol dire che io sia un grande critico d’arte o una grande scrittrice.

Il giudizio artistico deve essere pronunciato dagli addetti ai lavori, in grado di valutare l’opera. Il numero e la “qualifica” dei visitatori occasionali saranno ininfluenti.

Ma, gentili lettori, torniamo al nostro giudizio: estetico e/o artistico da formulare nel momento in cui ci troviamo davanti a un’opera d’arte.

Vi dicevo, poco sopra, che oggi tutto è arte. Non per nulla abbiamo avuto il Movimento Concettuale, che riduce appunto l’arte a un concetto, per cui anche il vostro respiro e il mio respiro possono diventare opera d’arte.  Vedi Piero Manzoni: aria di Parigi o fiato d’artista o anche “Fontaine” di Duchamp, in realtà un orinatoio, che divenne opera d’arte in forza della “nominazione” dell’artista.

Vista la semplicità con cui si può dire che un qualsiasi oggetto, anche un uovo alla coque, può essere un’opera d’arte, una pletora di sedicenti artisti si sono cimentati nell’impresa.

Ho visto esposti nei musei penne a sfera fiammanti, lucidatrici in bell’ordine, motociclette lucenti e ogni altro ben di dio dal momento che vale la “nominazione” dell’artista, che ha investito l’oggetto della qualifica di: “opera d’arte”.

Fountain - Marcel DuchampMa, ho visto anche opere concettuali “intelligenti” come quelle di Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto e tanti altri.
E, a proposito di Pistoletto, indimenticabile la: “Venere degli stracci”, stracci bruciati recentemente. Tuttavia, di quest’opera esistono varie versioni nei diversi musei.

La Venere è una copia di quella dello scultore neoclassico danese: Bertel Thorvaldsen, a cui Pistoletto ha aggiunto degli stracci a voler sottolineare il disordine, la confusione e lo spreco della vita moderna a confronto con la bellezza e unicità della stessa vista in chiave classica.
  Sostenevo sopra la modesta originalità delle opere contemporanee. Le motivazioni sono lunghe e non è il caso di appesantire la vostra mente. Basti dire che molti artisti continuano a fare quello che fecero le avanguardie di cento anni fa, condendocele in tutte le salse e le salsine e facendo scadere l’opera d’arte a oggetto qualunque, che basta reclamizzare a dovere per farlo diventare un capolavoro.

Eppure diverse voci si sono levate a deplorare questa mancanza di originalità dell’opera d’arte.

Dice il filosofo Galimberti, che oggi si dovrebbe tornare alla facoltà del giudicare, non nel senso di dividere i buoni dai cattivi, ma nel senso etimologico del termine derivante dal latino e che significa: dire con “iudicio”, cioè con giudizio.

Quindi, anche davanti a un’opera d’arte o una foto spacciata per opera d’arte ci dobbiamo impegnare a dire con un giudizio corretto, scaturito sempre dalla competenza frutto di studi approfonditi e di competenza linguistica della branca in esame, esercizio lungo e complesso.

Ecco, a questo punto, dopo tanta scrittura che spero illuminante, arriva il momento di fare una distinzione: giudizio estetico o giudizio artistico.

Se siamo completamente digiuni di arte possiamo pronunciare solo un “giudizio estetico”, basato sul “mi piace” o “non mi piace”.

Ma, se abbiamo competenza, giù col dire perché quella è una bellissima opera, per questo, questo e quest’altro motivo. In questo caso siamo davanti a un “giudizio artistico”.

Come si può vedere, il giudizio estetico è puramente soggettivo e si basa sul gusto personale, quindi è dipendente da un’impressione soggettiva,aoounto. In base a questo tipo di giudizio l’arte non ha più valore universale, totale ed eterno, ma diventa esteticità diffusa presente in ogni manifestazione della vita umana ed ecco come “Fontaine” di Duchamp (un orinatoio capovolto) diventa opera d’arte, solo in forza del fatto che l’artista dice che quello è un oggetto d’arte.

Venere degli stracci  - Michelangelo Pistoletto

 

Diverso è il caso del giudizio artistico, che deve tenere presenti determinate regole di validità generale, che in parte abbiamo indicato, e quindi non può essere espresso dal gusto e non ha niente a che vedere col “mi piace-non mi piace”, ma scaturisce da concetti ben precisi, da quelle famose regole grammaticali e sintattiche, di cui dicevo sopra, che fanno della Pietà di Michelangelo in San Pietro un capolavoro, anche se talune regole sono state violate. Per esempio: il Cristo è morto, ma le vene pulsano ancora di sangue e di vita. Il volto della Madonna è troppo giovane. Ma come vedete, la violazione delle regole grammaticali e sintattiche, in questo caso, dà più pathos all’opera, la rende più affascinante, appunto perché il mancato rispetto della regola non supera il limite della leggibilità dell’opera stessa.

Ai giorni nostri, invece, qualunque pezzo di legno trovato per strada può diventare opera d’arte, qualunque scarabocchio di mio figlio è una nuova via per esprimere l’inconscio, una bella figliola che espone la sua carne al sole è opera bellissima. Della natura però!

Che ci sia un estetismo diffuso in tutte le attività umane è una cosa positiva, perché rende la nostra vita più accettabile e armoniosa, ma attenti a non lasciarsi irretire dal concetto di estetismo, l’opera d’arte è cosa diversa, il giudizio artistico è pronunciato dall’intelletto che si rende conto che quell’opera legge il tempo in cui viviamo e magari anticipa il futuro. Pensate all’immortalità della poesia: “l’Infinito” di Leopardi, che esprime sentimenti eterni, pensate alle immagini avvitate di Michelangelo della cappella Sistina. Esse precorrono il Barocco, per cui questo grande artista viene definito l’ultimo del Rinascimento e il primo dell’epoca successiva, il Barocco appunto.

Da quanto sopra, potete constatare quanto sia difficoltoso il giudizio artistico. Esso richiede molte conoscenze e molte competenze specifiche, che non tutti possono avere. Quindi, riterrei opportuno che, nel valutare un’opera, sia necessaria un po’ di “misura”, perché, se non abbiamo fatto studi specifici, possiamo solo dare un giudizio estetico, per l’artistico lasciamo che siano i “competenti” a darlo.

Lettori miei, personalmente vi esorterei a mettervi alla prova.

Quando vi trovate davanti a un’opera, soprattutto se contemporanea, di cui non comprendete granché, dite ai vostri amici: “Io davanti a questa opera posso pronunciare solo un giudizio estetico e cioè posso solo dire se mi piace o non mi piace. Non ho competenza per pronunciare un giudizio artistico!”. 

Vedrete che bella figura e quanto rispetto conquisterete tra gli amici.

Provare per credere.

Io qualche volta l’ho fatto ed è andata a gonfie vele e il figurone è stato di una che la sa lunga.

Lidia Pizzo